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21 marzo 2011
Politica estera
Nicolas Sarkozy in [versione] «capo di guerra [chef de guerre]» Charles Jaigu [Trad.it., C.C.], «Le Figaro», 21 marzo 2011, link.
Spinto dalla sua convinzione, il Presidente ha condotto l’offensiva diplomatica prima di assumere la guida della coalizione.
«Te la sei giocata bene», ha sussurrato a Nicolas Sarkozy uno dei suoi ministri, all’indomani del voto della risoluzione del’Onu. «Non ho giocato, ci credevo», gli ha risposto il Capo dello Stato. È vero che solo 10 giorni fa, nessuno avrebbe scommesso granché sull’iniziativa franco-britannica, giudicata da molti come «avventurosa». Pertanto, Sarkozy non ha mai voluto lanciarsi in un’operazione militare contro Tripoli, senza il consenso dell’Onu.
Sabato, quando ha autorizzato i primi aerei francesi ad attaccare le postazioni dell’esercito libico, ha agito in veste di capofila della coalizione e di comandante. «Gli americani non avrebbero mai mandato i loro aerei senza prima aver tappezzato di bombe le difese antiaeree nemiche», nota un collaboratore del Presidente. Dall’inizio alla fine, Sarkozy ha quindi sostenuto che per la salvezza dei ribelli libici fosse il caso di ripetere la strategia del forcing, quella che gli era riuscita molto bene nell’agosto del 2008, durante la crisi russo-georgiana.
Tutto inizia il 26 febbraio all’Onu. La Francia e i suoi partner europei cercano di ottenere al Consiglio di Sicurezza il voto della risoluzione 1970, che propone sanzioni economiche e procedimenti giudiziari contro Gheddafi ed i suoi. L’ambasciatore della Libia, Mohammed Shalgham, prende la parola e stupisce gli omologhi del mondo arabo lanciando un appello per far cessare il «bagno di sangue». Una scena mai vista prima. I suoi omologhi dei paesi arabi lo portano in trionfo. Il suo intervento permette di sbloccare un voto favorevole.
Sarkozy segue da vicino. Ha in mente i tentennamenti della diplomazia francese di fronte alla «primavera araba», causati essenzialmente dalle gaffe a ripetizione del suo ex Ministro degli Esteri Michèle Alliot-Marie. Non ha digerito che i diplomatici abbiano denunciato in un forum la scomparsa della «voce della Francia», lui che sostiene di non doversi vergognare del suo bilancio diplomatico. Nei giorni che seguono, «gli si offre su un piatto [d’argento], la possibilità di dimostrare che non ha rotto con il suo volontarismo», nota un diplomatico dell’Eliseo.
Prima iniziativa: il Presidente francese chiede un vertice straordinario a Bruxelles, che avrà finalmente luogo l’11 marzo. il week-end del 5 marzo, durante le riunioni con Alain Juppé, immagina già di incontrare i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione libico (CNT), creato il 28 febbraio. Saranno ricevuti all’Eliseo il 10 marzo. Altra mossa rischiosa: Sarkozy li autorizza a fare una breve dichiarazione sulla scalinata [dell’Eliseo]. Ma nel loro entusiasmo, i membri del CNT parlano di un riconoscimento ufficiale francese di questo governo di transizione ancora in embrione. «Lo fanno con dei termini che non sarebbero conformi al diritto internazionale», riconosce un diplomatico. […] Ma questa gaffe mediatica ha una virtù: «non possiamo più tornare indietro, bisogna andare avanti fino in fondo», confida Juppé al Ministro della Difesa, Gérard Longuet. La riconoscenza del CNT costringe ciascuno a prendere una posizione. Nella serata di giovedì, Parigi consegna a Londra una bozza di comunicato congiunto che «accoglie favorevolmente la formazione di un nuovo governo».
«Blitzkrieg diplomatico»
Al Consiglio Europeo del giorno dopo, le discussioni sono accese. L’Italia, che ha degli interessi, è esitante. La Germania, la cui opinione pubblica è contro la guerra, si mostra contraria. Ma l’intesa tra Nicolas Sarkozy e David Cameron ottiene alla fine il consenso del Consiglio. «Abbiamo riutilizzato le formule della lettera franco-britannica per “violentare” i membri del Consiglio», riassume un collaboratore del Capo dello Stato.
L’indomani, sopraggiunge la risoluzione della Lega Araba, che chiede un intervento in Libia. «È un momento di svolta», sostiene immediatamente il Capo dello Stato in una riunione [tenutasi] quel weekend. Sarkozy invia immediatamente ai membri del Consiglio di Sicurezza una lettera per richiedere una nuova risoluzione, appoggiandosi sulla Lega Araba. Al termine di un «blitzkrieg diplomatico», in cui la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, il Niger e il Sudafrica sollevano ciascuno le proprie obiezioni, la risoluzione è approvata alle 23:15. Alain Juppé riceverà immediatamente la telefonata entusiasta di Sarkozy, in piena seduta onusiana. Si intrattiene poi con Barack Obama, per richiamare di nuovo Juppé verso le due del mattino. «possiamo guardarci allo specchio», gli ha detto.
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28 gennaio 2011
Riforme
Conflitti di interessi: un rapporto da seguire
Editoriale di «Le Monde» [Trad.it., C.C.], venerdì 28 gennaio 2011, link.
Preoccupato di esercitare la propria funzione con uno stile sempre più presidenziale, e di rilanciare la propria immagine in prospettiva [delle elezioni del] 2012, Nicolas Sarkozy ha un’occasione d’oro per dare prova che sta cambiando. Il rapporto sui conflitti di interessi che Jean-Marc Sauvé, vicepresidente del Consiglio di Stato, gli ha consegnato mercoledì 26 gennaio, gli permette di assestare un gran colpo, prima della fine del suo mandato, sull’indispensabile moralizzazione della vita pubblica.
L’affaire Woerth-Bettencourt, che aveva messo in luce degli inaccettabili conflitti di interessi, aveva portato Sarkozy a creare, nel settembre 2010, una commissione incaricata di riflettere su tale questione, che lo scandalo del Mediator, attraverso dei legami tra personalità pubbliche e l’industria farmaceutica, rende ancora più scottante.
Il rapporto Sauvé, non ha mezze misure. Attraverso 29 proposte, delinea una assoluta fermezza per braccare qualsiasi conflitto di interesse, definito come «un’interferenza tra una funzione di servizio pubblico e l’interesse privato di una persona che concorre all’esercizio di questa missione». Secondo questa regola, Eric Woerth non avrebbe mai potuto essere sia Ministro del Bilancio che tesoriere dell’Ump, e Henri Proglio non avrebbe potuto cumulare in una volta la presidenza dell’impresa pubblica Edf, e quella di Veolia, impresa privata.
Obbligando gli attori pubblici - ministri, direttori di imprese pubbliche, alti funzionari, cioè da 4 a 5 mila persone - a non porsi in situazioni in cui gli interessi privati potrebbero compromettere la loro indipendenza - estendendosi l’obbligo ai ministri sui cinque anni precedenti alla loro nomina - prevedendo dei codici deontologici in ogni struttura amministrativa e sanzioni severe per chi contravviene, il rapporto Sauvé delinea delle regole molto stringenti.
Le reazioni a questo documento in seno alla maggioranza mostrano che alcune proposte incontrano già delle reticenze. È così per le regole che suggerisce sull’incompatibilità delle funzioni. Un ministro non potrà essere a capo di un partito, di un’associazione o di un sindacato. Non potrà più mantenere «un mandato esecutivo in un ente locale», regola che Lionel Jospin aveva imposto ai suoi ministri tra il 1997 e il 2002. Nella fattispecie, circa la metà del Governo sarebbe interessata dalle regole suggerite dal rapporto.
Sarkozy ha promesso di far adottare, prima della fine del 2011, un progetto di legge che probabilmente entrerà in vigore dopo il 2012. È poco probabile che egli riprenda tutte le proposte del rapporto Sauvé. Ma è moralmente e politicamente obbligato a rispettare l’essenza di questo testo salutare che vuole garantire «i valori costitutivi del “vivere insieme”, che sono il cemento della nostra Repubblica». Offre la possibilità di cominciare a uscire da questa società della sfiducia in cui sono sempre più i cittadini che si allontanano dai politici, quando non si lasciano tentare dal populismo. Pertanto, è un rapporto da seguire.
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18 novembre 2010
Riforme - Crisi economica

Nella foto, il Presidente francese Nicolas Sarkozy durante l’intervista in diretta tv rilasciata martedì.
«Impegno totale» a contrastare la disoccupazione Marc Landré [Trad.it., C.C.], «Le Figaro», mercoledì 17 novembre 2010, link.
Il Capo dello Stato vuole generalizzare in particolare il contratto di transizione professionale (Ctp).
Nicolas Sarkozy lo ha promesso nuovamente martedì sera. «La disoccupazione arretrerà l’anno prossimo», ha affermato, come a gennaio ma stavolta senza fissare una scadenza troppo ravvicinata («nelle settimane e nei mesi a venire»). Bisogna dire che in undici mesi la situazione è cambiata e il Presidente corre meno rischi a dirlo. La Francia ha reagito meglio degli altri paesi occidentali, con l’eccezione della Germania, allo shock della crisi. Il numero dei disoccupati è aumentato del 33% dall’inizio del 2008 mentre è cresciuto del 53% nel Regno Unito, del 96% negli Stati Uniti, del 121% in Spagna. Soprattutto, buone notizie si aggiungono sul fronte lavoro.
Martedì, l’Insee ha pubblicato delle cifre (provvisorie) sul lavoro incoraggianti. Al terzo trimestre, il settore commerciale ha creato 44.600 posti di lavoro, cioè un livello di poco inferiore a quello registrato prima dell’inizio della crisi. In totale, 104.500 posti sono stati creati nei nuovi mesi dell’anno, contro 329.700 persi nello stesso periodo del 2009. Ciò non toglie che la Francia faccia registrare sempre uno dei tassi di disoccupazione più alti della zona euro (9,7%, dipartimento d’Oltremare compreso). Quasi un giovane di meno di 25 anni su quattro è disoccupato e solo il 39% [di coloro che hanno] dai 55 ai 64 anni hanno un impiego. Questa situazione fa della «lotta alla disoccupazione» una delle priorità del Governo. Ed una delle chiavi delle presidenziali.
Ecco perché Nicolas Sarkozy ha fatto due annunci martedì sera. Primo, vuole che venga generalizzato il contratto di transizione professionale (Ctp), oggi disponibile in 33 bacini occupazionali coinvolti. Questo sistema permette a 13 mila lavoratori licenziati per motivi economici nelle imprese con meno di mille dipendenti di beneficiare di un’integrazione al loro stipendio per un anno. […]
«Mi auguro che si arrivi ad un sistema in cui in Francia non ci siano più licenziati per motivi economici che si ritrovano in [regime di] disoccupazione», ha spiegato. I licenziati per motivi economici possono disporre in Francia delle convenzioni di riqualificazione personalizzata (Crp) che assicurano anche il 100% del salario netto per un anno ed un sostegno rafforzato da Pôle emploi [il Servizio pubblico per l’occupazione ndr]. 90 mila persone ne beneficiano.
Secondo, il Presidente della Repubblica vuole esercitare la massima pressione sui tirocini. Il suo obiettivo? «Raddoppiare il numero di giovani in formazione in alternanza». E farlo passare da 600 mila a 1,2 milioni nei prossimi anni. La ragione è semplice: questi giovani hanno «il 70% di possibilità di trovare un impiego» una volta completata la loro formazione, cioè il 50% in più degli altri. «Non è fatalità, io non penso che le abbiamo provate tutte contro la disoccupazione. L’impegno del Governo su questo fronte sarà totale».
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15 novembre 2010
Varie dalla Francia
8 novembre - Politica: Polemiche per la nomina di un ex di Carla Bruni a consigliere di Stato. Il settimanale Marianne ha pubblicato un approfondimento sulle polemiche in merito alla nomina, a fine ottobre, dell’avvocato franco-israeliano Arno Klarsfeld fra i consiglieri di Stato. L’uomo, ex di Carla Bruni, rientra così nel gruppo di amici ed ex fidanzati della premiere dame che hanno avuto posti di prestigio negli ultimi tempi. Tra essi ci sono lo scrittore e regista Frederic Mitterrand, passato da Villa Medici a Roma al ministero della Cultura, Philippe Val, direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo, nominato direttore di France Inter a Radio France, Pascal Rostain, fotografo di fiducia di Carla, che ora affianca l'altro fotoreporter dell’Eliseo Claude Gassian, e Marin Karmitz, fondatore dei cinema multisala Mk2, divenuto delegato generale del Consiglio per la creazione artistica. Fonte, Ansa.
9-10 novembre - Riforme: La riforma delle pensioni è legge. La Corte costituzionale ha convalidato la riforma delle pensioni, approvata dal Parlamento il 27 ottobre. È stata quindi firmata e convertita in legge dal presidente Nicolas Sarkozy, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale francese. Sarkozy ha commentato: «Ho ascoltato le preoccupazioni» espresse dai francesi «durante il dibattito» e «sono pienamente cosciente che si tratti di una riforma difficile. Ho però sempre ritenuto che il mio dovere, e il dovere del Governo, fosse di condurla in porto. Con questa legge, il nostro regime pensionistico per ripartizione è salvo. I francesi sono ora sicuri di poter contare sulla loro pensione e che il livello delle pensioni sarà salvaguardato». Fonti, Ansa, Reuters.
9 novembre - Politica estera: La Francia sarà presente alla consegna del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo. Il ministero degli Esteri francese ha fatto sapere che, nonostante le richieste di boicottare la cerimonia avanzate da Pechino, la Francia sarà presente all’evento che si terrà a Oslo il prossimo 10 dicembre. Fonte, Ansa.
12 novembre - Politica Estera: La Francia ha assunto la presidenza del G20. In occasione del vertice di Seul, la Francia ha assunto il mandato alla presidenza del G20, prendendo il testimone dalla Corea del Sud. La Francia illustrerà a gennaio, in una conferenza stampa all'Eliseo, i dossier che intende affrontare durante il mandato e che Sarkozy ha definito «colossali». Il Presidente francese ha comunicato che ci sarà una forte collaborazione con il Fondo monetario internazionale. Ha anche annunciato che incontrerà Obama a Washington entro la fine dell'anno e riceverà il direttore generale del Fondo, Dominique Strauss Khan, a dicembre. Fonti, Ansa, Il Sole 24 Ore Radiocor.
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15 novembre 2010
Rimpasto di Governo
Sarkozy riconferma François Fillon Primo Ministro e procede al rimpasto di Governo
Il Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy ha confermato François Fillon quale Primo Ministro ed ha proceduto alla ricomposizione di un Governo ora decisamente orientato a destra, con una forte maggioranza di gollisti e qualche centrista. Il nuovo esecutivo si compone di 31 ministri, contro i 38 del precedente e 11 di essi sono donne. Nessuno dei rappresentanti dell'apertura di Sarkozy a sinistra e ai movimenti è stato confermato: Bernard Kouchner, Rama Yade, Fadela Amara. Esclusi anche il leader centrista del Nouveau Centre, Hervé Morin e soprattutto Jean-Louis Borloo, numero due del Governo uscente e fino a pochi giorni fa dato per favorito alla carica di Primo Ministro. Borloo, al quale sono state proposte le poltrone di Ministro degli Esteri, della Giustizia e la riconferma all’Ecologia, ha rifiutato, comunicando la sua decisione di voler «recuperare la libertà di parola». Esce dall’esecutivo anche il Ministro del Lavoro Eric Woerth, contestatissimo sia per il coinvolgimento nello scandalo Bettencourt che per la gestione della riforma delle pensioni. Tra i nuovi ministri spiccano i ritorni dell'ex Primo Ministro chiracchiano Alain Juppé e dell'ex segretario dell'Ump, (ora sostituito dal capogruppo del partito gollista all'Assemblea Nazionale, Jean- François Copé), Xavier Bertrand. Questa la lista dei ministri del governo Fillon III:
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Difesa: Alain Juppé.
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Esteri: Michele Alliot-Marie.
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Ecologia, Sviluppo sostenibile e Trasporti: Nathalie Kosciusko-Morizet.
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Giustizia: Michel Mercier.
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Interni e Immigrazione: Brice Hortefeux.
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Economia e Finanze: Christine Lagarde.
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Lavoro, Occupazione, Sanità: Xavier Bertrand.
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Educazione nazionale: Luc Chatel.
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Bilancio e Funzione pubblica, portavoce del governo: Francois Baroin.
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Insegnamento superiore e Ricerca: Valerie Pecresse.
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Agricoltura e Pesca: Bruno Le Maire.
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Cultura: Frederic Mitterrand.
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Solidarietà e Coesione sociale: Roselyne Bachelot.
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Politiche Urbane: Maurice Leroy.
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Sport: Chantal Jouanno.
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Relazioni con il Parlamento: Patrick Ollier.
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Industria, Energia, Economia digitale: Eric Besson.
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Cooperazione: Henri de Raincourt.
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Collettività territoriali: Philippe Richert.
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Affari europei: Laurent Wauquiez.
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Apprendimento e Formazione professionale: Nadine Morano.
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Oltremare: Marie-Luce Penchard.
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10 novembre 2010
Politica
 Nella foto, il Presidente francese Nicolas Sarkozy ieri a Colombey-les-Deux-Eglises rende omaggio a Charles De Gaulle.
Discorso di Nicolas Sarkozy in occasione del 40° anniversario della morte del Generale Charles De Gaulle. Trad.it., C.C., Martedì 9 novembre 2010, link.
[…]
Chi non si ricorda, tra la gente della mia generazione, della sera del 9 novembre 1970, nella quale la Francia ha saputo che il Generale De Gaulle era morto? Ci fu come un grande stupore che colpì l’intero paese. Che si fosse stati gollisti o antigollisti, che ci si fosse battuti al fianco del Generale De Gaulle o che lo si fosse combattuto, ognuno d’un tratto si è sentito orfano di colui che per trent’anni aveva condiviso la loro vita nel tempo della più grande prosperità come nel pieno delle prove più dure che la Francia abbia mai attraversato nella sua storia. Dal 18 giugno 1940, egli era diventato una figura familiare nell’universo quotidiano dei francesi. Coinvolto nelle loro passioni, nelle loro gioie e nel loro dolore. I francesi ci si erano talmente abituati che non riuscivano a credere che lui li avesse abbandonati per sempre. Un anno e mezzo prima, lo avevano congedato, stanchi senza dubbio di vederlo ancora e sempre creare grandi sogni e proporgli una concezione sempre più alta, sempre più esigente della Francia. Ora costoro si sentirebbero un poco in colpa.
Tante volte, nelle circostanze più tragiche, i francesi hanno visto in lui un salvatore. Come nel 1940, quando era stato necessario salvare l'onore. Come nella liberazione, quando era stato necessario ristabilire la sovranità francese che secondo gli alleati era impraticabile, e restaurare lo Stato minacciato dall’anarchia. Come nel gennaio 1945, quando fu necessario opporsi all’evacuazione di Strasburgo, appena liberata, e che avrebbe messo la città alla mercé della terribile vendetta del nemico. Come nel maggio 1958 e nell’aprile 1961, quando la Francia, a due riprese, si è trovata minacciata dalla guerra civile. Come nel maggio 1968, quando fu necessario porre fine al disordine e alla violenza. Per trent’anni, anche quando non era al potere, i francesi si erano abituati al fatto che il Generale De Gaulle vegliasse su di loro. Per molti francesi, lui era una risorsa rassicurante. La sua scomparsa lasciò un gran vuoto. È grazie a questo sentimento di vuoto che forse la Francia si rende meglio conto dell’importanza che lui aveva.
Aveva voluto delle esequie di un’estrema semplicità. Né decorazioni, né onorificenze, né elogio funebre. Aveva voluto essere sepolto qui, nel suo paese, insieme alla sua famiglia, agli abitanti di Colombey e ai compagni della liberazione. Aveva voluto tutti gli onori per lo Stato. Non ne aveva mai voluto per sé stesso. […]
Lui ha mostrato che si può amare il proprio paese senza odiare gli altri […] che si può aspirare alla grandezza del proprio paese senza mai voler asservire gli altri. […] Aveva voluto che la Francia, sempre fedele a sé stessa, parlasse a tutti gli uomini e tendesse la mano a tutti i popoli. Mai ha confuso l’amore per la patria e il sentimento nazionalista […]. Lui ha aperto le frontiere, fatto la scelta dell’Europa e del mondo in cui volle che la Francia si dotasse sempre dei mezzi per giocare il ruolo di primo piano che, ai suoi occhi, le spettava. Nessuna arroganza in questa rivendicazione. Lui riconosceva semplicemente quell’universalismo che è sempre stato al cuore del pensiero e della politica della Francia. Credeva profondamente che la Francia fosse una forza di emancipazione, di pace, e di progresso e che lo doveva al genio del suo popolo, alla sua storia, alla sua cultura, alla sua civiltà, all’equilibrio che ha saputo trovare tra passione e ragione. Ma in nessun momento è rimasto prigioniero del passato. Quest’uomo, che incarnò la continuità della nostra storia, fu costantemente rivolto verso il futuro. Sforzandosi senza sosta di distinguere ciò che cambia da ciò che non cambia, seppe sempre che vi erano delle eredità culturali e spirituali che ci vengono da tempi lontani e che non possiamo rinnegare senza rinnegare noi stessi, ma seppe sempre che quando non cambia niente non segue altro che il declino. Dal programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, al referendum del 1969, non cessò di voler modernizzare la Francia.
Mai un uomo di Stato aveva compreso così bene che non si costruisce nulla sul rinnegamento di sé stessi e che per aprirsi agli altri bisogna prima essere sicuri dei propri valori, della propria identità. Mai un uomo di Stato ha capito così bene che l’odio di sé finisce sempre per sfociare nell’odio dell’altro. Mai uomo di Stato ha avuto più cura di anticipare gli avvenimenti per non doverli rincorrere. Aveva sempre saputo che ad aver paura di spingersi avanti per scegliere il proprio destino si finisce sempre per farselo imporre dagli altri. E quando disse che la politica della Francia non si faceva alla corbeille della Borsa, fu perché non volle mai che la Borsa decidesse al suo posto delle misure necessarie per la buona gestione dell’economia. Non ha mai posato uno sguardo nostalgico sulla storia. Volle vedere l’eredità dei secoli come una realtà a partire dalla quale bisogna costruire il futuro.
La previdenza sociale, la pianificazione alla francese, la decolonizzazione, la forza di dissuasione nucleare francese [force de frappe], il nucleare, il Tgv [Treno ad alta velocità], l’aeronautica, lo spazio, l’indennità di disoccupazione, la pianificazione del territorio, il piano Rueff, il nuovo Franco, il mercato comune, la partecipazione, la regionalizzazione, era guardare molto avanti, affinché in futuro, la Francia abbia i mezzi per restare la Francia. La riconciliazione tra la Francia e la Germania affinché «senza dimenticare niente del passato, si guardi insieme verso il futuro», era guardare lontano facendo passare la ragione oltre un dolore ancora molto forte. La V Repubblica; la restaurazione nel 1958 dell’autorità dello Stato; l’elezione nel 1962, del Presidente della Repubblica a suffragio universale era andare a pescare nella profondità della nostra storia, i principi con i quali la Francia sarebbe stata governata nel XX secolo e oltre […].
Dalla storia, il Generale De Gaulle aveva tratto la certezza che la condizione per la grandezza della Francia era la sua unità. Quest’aspirazione all’unità francese era l’eredità di dieci secoli di monarchia, di impero e di repubblica. Si ricordò che lo Stato era sempre stato strumento e garante di questa unità. Riconobbe le forze che le si erano sempre opposte e che bisognava combattere: le forze del conservatorismo e i feudatari che, diceva, «non amano niente di meno che uno Stato che faccia davvero il suo mestiere e che di conseguenza li domini». Capì che i feudatari non erano più nei torrioni, ma che rinascevano senza sosta sotto altre forme e che questa battaglia non era mai terminata. Se la V Repubblica ha permesso che la Francia, così portata alla divisione, fosse di nuovo governabile, è al Generale De Gaulle che ciò si deve ed alla sua eccezionale capacità di legare i fili del passato a quelli dell’avvenire.
Ciò non senza difficoltà. Il regime dei partiti resistette quanto poté. Accusarono il Generale di tradimento [forfaiture], di colpo di Stato. Lui, che aveva salvato due volte la Repubblica, è stato accusato di voler instaurare una dittatura. Tenne duro. Fortunatamente per la Francia. Le nostre istituzioni sono ormai solidamente ancorate nella nostra democrazia. […] Esse erano l’espressione della sua concezione alta dello Stato, della nazione e della Repubblica. Significa che se esse danno al Governo i mezzi per governare, esse impongono anche a coloro che ne hanno il compito un grado di aspettativa senza pari dopo la nascita della III Repubblica. Quando l’esecutivo era debole e le maggioranze si facevano e disfacevano per volontà delle manovre d’apparato, quando i governi non duravano che poco più di qualche giorno, le aspettative erano minime e si dissolvevano nell’irresponsabilità collettiva. Il Presidente della V Repubblica, eletto direttamente dal popolo, ha nei confronti dei francesi una responsabilità di tutt’altra natura. Il Generale De Gaulle volle che […] il Capo dello Stato fosse l’uomo della nazione e non di un partito. Volle che questo capo assumesse il destino del paese e che di conseguenza fosse colui che fissa le grandi priorità e che prende le grandi decisioni che preparano il futuro. Lo stesso Generale De Gaulle definì l’estensione di questa responsabilità: «che ormai il Capo dello Stato sia effettivamente la testa del potere, che risponda effettivamente della Francia e della Repubblica, che designi effettivamente il Governo e ne presieda le riunioni, che nomini effettivamente alle cariche civili militari e giudiziarie, che sia effettivamente il capo dell’esercito, in breve che tutte le decisioni importati così come tutte le autorità emanino da lui». […] Il Presidente della V Repubblica non è quello della III, né della IV, esso non è un semplice arbitro che si limita a far rispettare le regole. Ha il dovere di agire. Vorrei citare ancora una volta il Generale De Gaulle: «se la Francia mi ha chiamato a farle da guida, ciò non è certo per presiedere al suo sonno». Fare quello che c’è da fare. Realizzare ciò che esige l’interesse nazionale e per questo cercare instancabilmente tra gli interessi contrastanti la via dell’efficacia e della giustizia. Cercare tra il capitalismo senza regole e il socialismo la via della partecipazione e della regolamentazione; cercare tra il lassismo e lo statalismo, la via dell’autorità dello Stato; cercare tra l’ingiustizia e l’egualitarismo la via dell’uguaglianza delle opportunità; cercare tra gli interessi di ciascuno la via dell’interesse di tutti; cercare tra l’immobilismo e la tabula rasa, la via del progresso restando fedeli a quello che siamo. Cercare sotto la diversità francese l’unità profonda della nazione. Unire [rassembler] i francesi aldilà di tutto ciò che li divide.
Ecco la lezione del gollismo. Perché se non si può far parlare il Generale, né pretendere di sapere cosa farebbe oggi, ognuno deve meditare su ciò che lui ha fatto. […] Il Generale De Gaulle non si è mai tirato indietro di fronte alla necessità di decidere, quali che fossero le conseguenze, a volte dolorose, perché sapeva che rimandando troppo a lungo la decisione, le sofferenze sarebbero state ancora più grandi. Lui aveva coscienza che quando lo Stato non decide, sono altre forze che decidono al suo posto e che allora sono sempre i più deboli e vulnerabili ad esserne vittima. Lui aveva il più alto senso dello Stato e l’idea più alta che si possa avere della responsabilità politica. […]
sarkozy
de gaulle
gollismo
| inviato da cricongiu il 10/11/2010 alle 15:33 | |
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9 novembre 2010
Politica
L'Ump si appresta a isolare De Villepin Judith Waintraub [Trad.it., C.C.], «Lefigaro.fr», martedì 9 novembre 2010, link.
Lunedì, Sarkozy ha sostenuto che non c’è «posto in Francia per l’odio, la violenza ed il settarismo».
Il disprezzo è in sostanza, la risposta scelta da Nicolas Sarkozy all’ultimo attacco di Dominique de Villepin. L’ex Primo Ministro, che si era esposto a fine agosto definendo la politica verso i rom clandestini come una «macchia sulla bandiera», ha sostenuto giovedì mattina su Europe 1 che il Capo dello Stato è «uno dei problemi della Francia». I dirigenti dell’Ump, molti dei quali sono intervenuti nelle trasmissioni di fine weekend, hanno presto ricevuto dalla direzione del partito il compito di «sminuire» le dichiarazioni dell’ex Primo Ministro, «soprattutto per non farne un martire».
«Lui non aspetta altro!», ha confermato lunedì Nicolas Sarkozy allo stato maggiore dell’Ump, che ha ricevuto come ogni settimana all’Eliseo. Convinto che «in Francia non vi è posto per l’odio, la violenza e il settarismo», il Capo dello Stato ha spiegato che Dominique de Villepin ha alzato i toni perché non riesce a decollare nei sondaggi. Il presidente fondatore di République solidaire ha accennato domenica alla riforma delle pensioni come esempio di danno che il sarkozismo apporterebbe alla coesione sociale. Lunedì Nicolas Sarkozy si è complimentato con le sue truppe per aver portato a casa la riforma, rovinando l’immagine del Ps - «guardate come era prima [della riforma del]le pensioni, e in che stato ne è uscito!», ha detto - e senza intaccare l’unità della «famiglia» di maggioranza.
«Famiglia» di cui Dominique de Villepin non fa evidentemente più parte, come i membri del Governo entrati in squadra in nome dell’apertura ai villepenisti, hanno fatto sapere lunedì. Su Europe 1, il Ministro dell’Agricoltura Bruno Le Maire ha definito le affermazioni del suo vecchio capo a Matignon «oltraggiose nei confronti del Presidente della Repubblica, violente nei confronti della squadra di Governo e di tutta la maggioranza». «Devo dire sinceramente che ciò mi dispiace», ha aggiunto. E come Jean-Pierre Elkabbach si è chiesto: «che cosa gli prende?», l’ex capo di gabinetto di Dominique de Villepin ha sbuffato: «ma io non ne so niente! Non sono nella sua testa!»
«Noi lo abbiamo sostenuto, aiutato, accompagnato in questi ultimi anni nei momenti difficili e ci accorgiamo che in realtà, oggi, lui taglia i ponti con tutti, e con i più vicini di noi», ha detto con rammarico Georges Tron, precisando di considerare sempre Dominique de Villepin «come un amico». Il segretario di Stato alla Funzione Pubblica ha sostenuto che il comportamento del suo ex mentore non è «coerente» con la sua appartenenza all’Ump.
«Dominique de Villepin è nell’Ump e critica il Presidente della Repubblica, è uno schizofrenico», ha rincarato Dominique Paillé, portavoce aggiunto del partito presidenziale. Guardandosi bene dall’agitare la minaccia di un’esclusione, poiché come ha spiegato Xavier Bertrand, «non è il caso di fargli questo regalo». Il segretario generale pensa che l’araldo di République solidaire «si morde le dita» per aver ricominciato a fine luglio, a pagare i contributi per la sua pensione e si è rifiutato di rispondere ai suoi attacchi, portati secondo lui per «fare casino». Ma la palma dell’ironia va a Brice Hortefeux, per il quale «Villepin parla oggi come Mélenchon [del Parti de Gauche]», con la differenza che il primo «non ha pubblico».
Escalation verbale
I sarkozisti non prenderanno l’iniziativa della rottura, anche se i villepenisti ci sperano, analogamente al deputato François Goulard, per il quale un’esclusione dell’ex Primo Ministo «sarebbe la prova che l’Ump non è più un partito ma un comitato di sostegno a Nicolas Sarkozy».
«Non vedo perché Dominique de Villepin, che è membro di diritto dell’Ump, dovrebbe lasciare questo partito al quale ha sempre aderito in quanto membro fondatore con Jacques Chirac e Alain Juppé», ha chiuso Brigitte Girardin. Secondo l’ex Ministro dell’Oltremare, pagando i contributi, Dominique de Villepin ha voluto dire agli elettori e ai militanti dell’Ump, oggi in preda a un «disagio», che lui «non li abbandonerà». «Siamo molto critici per la deriva dell’Ump verso le idee del Front National, e continueremo a farlo sapere dall’interno», ha promesso Brigitte Girardin. L’escalation verbale non è terminata. Lunedì sera, Dominique de Villepin, invitato sul palcoscenico del «Grand Journal» di Canal + ha ribadito le sue idee su Nicolas Sarkozy.
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8 novembre 2010
Varie dalla Francia
2 novembre - Politica estera: Sarkozy e Cameron hanno firmato due trattati di cooperazione su difesa e nucleare. Il Primo Ministro britannico David Cameron e il Presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato due storici accordi di collaborazione in materia di difesa e tecnologia nucleare. Gli accordi prevedono che siano messe in comune le risorse per i test nucleari nei prossimi 50 anni. Francia e Gran Bretagna costituiranno anche una forza di spedizione congiunta di 10 mila uomini e metteranno in comune la disponibilità delle loro portaerei. I jet potranno operare sui vascelli di entrambe le nazioni. Si istituiranno addestramenti comuni per i piloti. Vi sono anche progetti a lungo termine per la cooperazione in materia di satelliti di comunicazione, cyber sicurezza e lo sviluppo di nuovi missili e aerei senza pilota. Fonti, Ansa, Adnkronos, Mattia Bernardo Bagnoli.
3 novembre - Varie: «Le Canard Enchainé» sostiene che Sarkozy abbia utilizzato i servizi segreti per spiare i giornalisti. Secondo il giornale satirico «Le Canard Enchainé», il Presidente Nicolas Sarkozy avrebbe incaricato il capo dei servizi segreti, Bernard Squarcini, di creare un gruppo specializzato per sorvegliare, spiando i giornalisti, le inchieste giornalistiche sullo scandalo politico e finanziario legato all'anziana miliardaria erede dell'Oreal Liliane Bettencourt. L’Eliseo e il Ministro dell'Interno, Brice Hortefeux, hanno smentito categoricamente. L’accusa del giornale è arrivata pochi giorni dopo il misterioso furto dei computer dei principali cronisti impegnati nel far luce sullo scandalo Bettencourt. Fonte, Ansa.
3 novembre - Immigrazione: In Francia, oltre 21 mila espulsioni nel 2010. Il Ministro dell’Immigrazione Eric Besson, ha comunicato, durante un suo intervento all’Assemblea Nazionale, che la Francia ha espulso nei primi nove mesi dell'anno in corso 21.384 immigrati. In quest’arco di tempo vi è stato il rimpatrio di 6.562 cittadini romeni e di 910 cittadini bulgari. Besson ha precisato che il costo degli aiuti al rimpatrio volontario dei Rom nel 2009 per i bulgari e romeni in situazione irregolare è stato di 7,5 milioni di euro, per un totale di 11 mila beneficiari. Fonte, Ansa.
3 novembre - Riforme: Presentato il rapporto Bockel sulla prevenzione della delinquenza giovanile. Il rapporto sulla prevenzione della delinquenza giovanile, stilato dal segretario di Stato alla Giustizia, Jean-Marie Bockel è stato presentato al Presidente della Repubblica. Contiene una quindicina di proposte. Tra queste, l’individuazione dei disturbi del comportamento nei bambini di 2-3 anni per poter scovare a tempo i «futuri delinquenti» (idea già avanzata nel 2005 dall'Istituto nazionale di sanità e ricerca medica) e la sospensione dei sussidi pubblici per i genitori che non rispettano i loro obblighi. Negli ultimi vent’anni, in Francia, il numero di minorenni coinvolti in fatti di violenza è raddoppiato (+118% tra il 1990 ed il 2009). Cresciuto anche il fenomeno delle bande, così come il numero delle ragazzine «violente» (+97,5% tra il 2004 ed il 2009). Fonte, Ansa.
4-5 novembre - Politica Estera: Il Presidente cinese Hu Jintao in Francia per aumentare gli scambi commerciali bilaterali. In occasione della visita del Presidente cinese Hu Jintao, la Francia e la Cina hanno concluso una lunga serie di contratti dal valore stimabile intorno ai 16 miliardi di euro. I più ricchi sono stati firmati nel settore dell'aeronautica (Airbus) e del nucleare (Areva). Il costruttore Airbus ha stretto accordi per vendere 102 apparecchi (di cui 50 A320, 42 A330 e 10 A350) ad alcune compagnie cinesi, l'Air China, la China Eastern e la China Southern. Valore totale: 14 miliardi di dollari. Il gruppo nucleare Areva fornirà nell'arco di dieci anni 20 mila tonnellate di uranio arricchito al partner cinese China Guangdong Nuclear Power Company (CGNPC) per circa 3,5 miliardi di dollari (circa 2,5 miliardi di euro). Il gruppo Total sta invece progettando un investimento fra i 2,8 ed i 3,2 miliardi di dollari (tra i 2 ed i 3 miliardi di euro) per una fabbrica petrolchimica in Cina. Un preaccordo è stato quindi firmato oggi tra Total ed il gruppo cinese China Power Investment Corporation (CPI), uno dei primi cinque gruppi energetici del Paese, per la costruzione di una fabbrica di trasformazione del carbone in prodotti petrolchimici. Il gruppo di forniture tlc franco-americano Alcatel-Lucent ha annunciato la firma di tre contratti con gli operatori China Mobile, China Telecom e China Unicom. Valore: 1,1 miliardi di dollari. La Cina ha fatto sapere di voler raddoppiare gli scambi commerciali con la Francia nei prossimi cinque anni, per un ammontare di 80 miliardi di dollari all'anno (contro i 40 miliardi circa attuali). Il viceministro degli Esteri cinese, Fu Ying ha dichiarato che la Francia avrà l'appoggio e la collaborazione della Cina durante la presidenza del G20. Per quanto riguarda il tema dei diritti umani, Fu Ying ha detto ai giornalisti che la sorte del dissidente premio Nobel per la pace 2010, Liu Xiaobo, in carcere dal 2009, «non è un argomento da affrontare fra la Cina e la Francia. Liu ha violato la legge ed è stato condannato». Alla vigilia della visita, l'Eliseo aveva fatto sapere che nessun argomento era «tabù» fra i due paesi. La polizia francese ha arrestato diversi attivisti dei diritti umani che protestavano a Parigi contro la visita del presidente cinese, chiedendo la scarcerazione di Liu Xiaobo. Intervistato da France 2, Sarkozy ha ribadito la sua volontà di far avanzare i dossier sui diritti umani, compreso quello del Tibet, tramite l’approfondimento dei rapporti commerciali, e non con il loro blocco o arretramento. Fonte, Adnkronos/Dpa, Ansa.
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5 novembre 2010
Politica estera

Nella foto, un momento della cena di ieri all’Eliseo tra la delegazione cinese del Presidente cinese Hu Jintao e il Presidente francese Nicolas Sarkozy accompagnato da diversi esponenti del Governo. Fonte, Elysee.fr
François Godement: «con la Cina, l’Europa non parla con una sola voce» Marie-Christine Corbier [Trad.it., C.C.], «Les Echos», venerdì 5 novembre 2010, link.
Il direttore strategico del Centro Asia di Sciences Po, si chiede se la Francia sia in grado, come la Germania, di intrattenere un reale dialogo politico con Pechino.
Che idea vi siete fatto di questa pioggia di contratti annunciati tra la Francia e la Cina?
È un gesto politico forte da parte della Cina, quello di aver riunito questi contratti per valorizzarli in occasione della visita di Hu Jintao. Ciò che colpisce è che la Francia resta nel suo ruolo economico tradizionale. In Grecia, i cinesi acquistano il debito. In Italia firmano contratti di investimento nelle infrastrutture. La Cina si adatta ad ogni partner europeo. Ciò che mi preoccupa, è sapere se la Francia sia capace, come la Germania, di mantenere una certo dualismo nei confronti della Cina, cioè se può mantenere la propria personalità politica e intrattenere un dialogo politico che non sia esclusivamente un appoggio ai contratti e se può giocare un ruolo di partner economico senza dimenticare la politica europea.
La logica bilaterale indebolisce la politica europea?
L’offerta cinese bilaterale può indebolire la logica comune europea. Ogni paese ne trae un vantaggio e trova meno interessante uniformarsi. La Germania riesce a sviluppare i propri interessi pur partecipando alla logica europea. Ma, per la Francia, ci si può chiedere se l’offerta bilaterale non la indebolisca un poco. Non è strano che la Francia porti avanti gli interessi dei suoi più grandi industriali, pur partecipando alla politica europea. Ma non bisogna che l’uno influisca sull’altra. Certo, vi sono affari da concludere e scambi da equilibrare con la Cina, ma anche delle rivendicazioni di fondo che non possono che essere negoziate su scala europea. Ci vuole più coordinazione e armonia e non dare la sensazione che la Cina possa contare su posizioni molto distanti tra i paesi europei. La sensazione di unità è importante. Oggi, l’Europa non parla ancora con una sola voce.
Che differenze osservate tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy?
Il Cancelliere tedesco parla molto di reciprocità commerciale, di apertura degli appalti pubblici. Si è mostrata molto preoccupata da alcune conquiste cinesi nell’Europa dell’Est, per esempio in Polonia. Mentre Nicolas Sarkozy pone l’accento sulla governance nel quadro del G20. Questo per fare una concessione unilaterale alla Cina, rafforzando, per esempio, il diritto di voto dei paesi emergenti nel sistema internazionale, di modo che la Cina faccia delle concessioni. Angela Merkel svolge un ruolo di primo piano in un campo, Nicolas Sarkozy nell’altro. Un’altra divergenza è apparsa tra Parigi e Berlino in occasione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo: Angela Merkel ha fatto una dichiarazione senza compromessi, chiedendone la liberazione, mentre Nicolas Sarkozy non si è espresso.
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3 novembre 2010
Politica estera
Sakineh: Sarkozy avrebbe minacciato direttamente l’Iran Flore Galaud [Trad.it., C.C.], «LeFigaro.fr», mercoledì 3 novembre 2010, link.
L’esecuzione dell’iraniana non ha avuto luogo, come temevano i suoi sostenitori. Il Presidente francese avrebbe chiamato personalmente Teheran, che ha denunciato pressioni.
Mentre la mobilitazione internazionale continua, la sorte della giovane iraniana resta ancora incerta. Secondo diversi comitati - come il Comitato Internazionale Contro la lapidazione - l’iraniana di 43 anni potrebbe essere giustiziata «in qualsiasi momento». Secondo loro, la decisione del tribunale sarebbe stata effettivamente inoltrata per trasmettere l’ordine alla prigione di Tabriz, nella quale è detenuta.
Secondo il Comitato, la comunità internazionale ha avuto un ruolo importante […]. «Alcuni paesi come la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, l’Unione Europea con il suo rappresentante Catherine Ashton e gli Stati Uniti hanno reagito bene martedì» manifestando pubblicamente preoccupazione per l’imminente esecuzione. «Molto preoccupata», il capo della diplomazia europea ha effettivamente chiesto con fermezza all’Iran martedì sera di «commutare la sentenza di morte» dell’iraniana. Anche il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha condannato «con la massima fermezza» la possibile esecuzione.
«Una questione personale» per Sarkozy
«Alcuni di questi paesi sono stati in contatto con i rappresentanti del governo iraniano. Certamente tutta l’attenzione dedicata ha avuto un ruolo. Ma l’esecuzione non è che rimandata, non è stata abolita», ha affermato il Comitato. Secondo Bernard-Henri Lévy, attivo difensore dell’iraniana, Nicolas Sarkozy avrebbe così chiamato personalmente Teheran martedì. «Ha fatto sapere alle autorità iraniane che considera la vicenda di Sakineh una questione personale. E che se viene torto un capello a Sakineh - sono le parole della conversazione che abbiamo avuto ieri sera - sarà interrotto qualsiasi dialogo oggi in corso. Questo messaggio è passato in modo diretto e sembrerebbe che sia stato ascoltato», ha spiegato il filosofo su Rmc. Bernard Kouchner ha detto di aver telefonato in mattinata alle autorità iraniane per comunicargli la sia «costernazione».
Il messaggio della Francia non sembra sia stato apprezzato, a giudicare dalle dichiarazioni del ministero iraniano degli Esteri, che ha denunciato pressioni. Gli occidentali «sono così insolenti che hanno trasformato il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, che ha commesso dei crimini e che ha tradito [suo marito, ndr], in una questione di diritti umani», ha sostenuto mercoledì il portavoce.
Sakineh Mohammadi-Ashtiani è stata condannata a morte nel 2006 per adulterio. Una sentenza la ha condannata all’impiccagione per il suo coinvolgimento nella morte del marito ed un’altra alla lapidazione per altre accuse di adulterio. La prima condanna è stata commutata in appello in una pena di dieci anni di prigione. Ma la condanna alla lapidazione è stata confermata nel 2007 dalla Corte suprema. Di fronte all’ondata di indignazione che tale condanna, rivelata quest’estate dal figlio di Sakineh, ha suscitato, la giustizia iraniana aveva deciso di sospendere momentaneamente l’esecuzione della pena.
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