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5 febbraio 2010

Politica estera

L’«Agenda 2020» rafforza ulteriormente l’asse franco-tedesco

Secondo «Les echos», ieri, i capi di Stato di Francia e Germania, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, in occasione della tenuta di un Consiglio dei ministri franco-tedesco, hanno annunciato 80 proposte che andranno a comporre una «Agenda 2000» franco-tedesca. Questa prevede la creazione di una serie di osservatori bilaterali in diversi campi, volti ad approfondire la cooperazione tra i due paesi in materia economica, ambientale (progetti riguardanti veicoli elettrici), educativa (l’obiettivo è di raddoppiare il numero di «laureati all’università franco-tedesca»), della ricerca (scambio di tecnici e progetti spaziali), della difesa (in collaborazione con la Polonia) ed istituzionale (i rispettivi segretari di Stato agli Affari europei potranno partecipare, su invito, al Consiglio dei ministri dell’altro paese) «A Berlino si insiste sulla necessità di utilizzare il nuovo quadro istituzionale del trattato di Lisbona per fare un «salto qualitativo» nella cooperazione franco tedesca.


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permalink | inviato da cricongiu il 5/2/2010 alle 20:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



3 febbraio 2010

Crisi economica

Tutti greci?
Editoriale di «Le Monde», mercoledì 3 febbraio 2009, link.

Il calendario non lascia niente al caso: nel momento in cui Bruxelles pone la Grecia sotto sorveglianza, la Francia, attraverso la voce del suo Ministro dell’Economia Christine Lagarde, presenta alla Commissione europea il piano del Governo per riportare il deficit pubblico al 3% nel 2013. Il Ministro si guarderà bene dall’evocare la parola «rigore», che le è quasi costato il posto poco tempo dopo il suo arrivo a Bercy nel 2007, ma è proprio di questo che si tratta. Le affermazioni del Primo Ministro su «Le Figaro» (del 30 gennaio) lasciano poco spazio a dubbi: «Siamo determinati a fare degli sforzi senza precedenti che necessitano di una mobilitazione nazionale. Questo piano prevede che le spese pubbliche crescano ad un ritmo inferiore all’1% annuo dal 2011. Mai un governo ha fatto tanto. Concretamente, ciò comporta il gelo del budget dei ministeri, e altrettanti sforzi per gli enti locali».

Stesso andazzo negli Stati Uniti: il debito pubblico, che quest’anno crescerà al 10,6% del Pil, dovrebbe essere riportato a circa il 4% nel 2013. In tre casi, Grecia, Francia, Stati Uniti (la lista non è peraltro esaustiva), la logica è la medesima: un anno dopo aver aperto il più possibile le saracinesche del credito per scongiurare la crisi e rassicurare l’opinione pubblica, i governi cominciano ad intraprendere l’inversione di rotta… sempre per rassicurare l’opinione pubblica. L’aumento dei tassi di risparmio nei paesi occidentali mostra in effetti che le famiglie sono allarmate per i deficit pubblici che, ai loro occhi, sono serviti innanzitutto a salvare le banche e non a preservare i loro posti di lavoro. Dunque, è tempo per i governi di inviare il segnale che si ritorna ad una certa normalità, anche se il dubbio rimane. «La ripresa è nelle statistiche, ma la recessione è nella vita della gente», ha riconosciuto a Davos Larry Summers, il consigliere economico di Barack Obama. Gli Stati stessi sembrano pilotare a vista: checché ne dica Nicolas Sarkozy, annunciare nello stesso discorso un grande prestito ed una conferenza contro i deficit è poco coerente. Poi, non dovrebbe essere il caso di preoccuparsi dei debiti della Sécurité sociale se si è convinti che la disoccupazione diminuirà, come ha promesso il Capo dello Stato.

L’uscita dalla crisi si annuncia politicamente e socialmente delicata - il ritorno dei populismi lo testimoniano. Ancora, il modo in cui i greci accetteranno o no il rigore in futuro sarà osservato da vicino in numerose capitali la cui politica persegue, in modo discreto, una strada simile.




28 gennaio 2010

Crisi economica


Nella foto, il Presidente francese Nicolas Sarkozy mentre tiene il discorso di apertura del vertice del World Economic Forum di Davos.


Discorso di Nicolas Sarkozy [Trad.it., C.C.] al quarantesimo Forum economico mondiale, Davos, mercoledì 27 gennaio 2010, link.

[…]Mesdames et Messieurs, che le cose siano chiare: non sono venuto qui come responsabile politico per dare lezioni a chicchessia, ma per dirvi che noi dobbiamo trarre insieme le lezioni della crisi. Questa crisi, noi ne siamo tutti responsabili. E siamo tutti responsabili del mondo che lasceremo ai nostri figli. Sappiamo ciò che sarebbe successo senza l’intervento degli Stati per salvare la fiducia e sostenere l’attività: tutto sarebbe crollato. Non trarre la conclusione che dobbiamo cambiare sarebbe molto semplicemente irresponsabile. Questa crisi non è solamente una crisi mondiale. Non è una crisi interna alla globalizzazione. Questa crisi è una crisi della globalizzazione. È la nostra visione del mondo che ad un certo punto ha vacillato. È questa che abbiamo bisogno di correggere. Non vi è prosperità senza un sistema finanziario efficace, senza beni e servizi che circolano liberamente, senza la concorrenza che rimette continuamente in discussione le rendite di posizione. Ma la finanza, il libero scambio, la concorrenza, non sono che mezzi e non fini. La globalizzazione ha sbandato a partire dal momento in cui si è pensato che il mercato aveva sempre ragione e che nessun’altra ragione era ad esso opponibile. Proviamo a risalire alla fonte: sono gli squilibri dell’economia mondiale che hanno alimentato lo sviluppo della finanza globale. Si è deregolamentato la finanza per poter finanziare più facilmente i deficit di coloro che consumavano troppo con le eccedenze di quelli che non consumavano abbastanza. Il protrarsi e l’accumularsi degli squilibri è stato il motore e la conseguenza della globalizzazione finanziaria. Come l’instabilità dei mercati finanziari è stata il motore e la conseguenza dello sviluppo del trading.

La globalizzazione è stata anzitutto la globalizzazione del risparmio. Essa ha generato un mondo in cui tutto si doveva al capitale finanziario e quasi niente al lavoro, in cui l’imprenditore veniva dopo lo speculatore, in cui la persona che vive di rendita viene prima del lavoratore, il cui gli effetti della leva hanno raggiunto proporzioni irragionevoli, generando un capitalismo nel quale era diventato normale giocare con il denaro degli altri, di guadagnare facile, rapidamente, senza sforzi e troppo spesso senza alcuna creazione di ricchezza o di posti di lavoro. Una delle caratteristiche più sorprendenti di questa economia è che il presente era tutto mentre il futuro non contava più nulla. […] Quando l’euforia conquistava i mercati , i bilanci venivano rivalutati e la rivalutazione dei bilanci a sua volta pompava i prezzi. Quando dominava la sfiducia, i bilanci si deprimevano e il deprezzamento dei bilanci a sua volta faceva abbassare le quotazioni. Abbiamo toccato con mano i danni provocati da questa contabilità durante la crisi finanziaria, quando il crollo dei mercati ha fatto crollare il capitale delle banche ed aggravato la crisi del credito. Era tutto il nostro sistema di rappresentanza ad essere falsato: il valore economico di un’impresa non cambia di secondo in secondo, di minuto in minuto, di ora in ora… Per misurare a qual punto questo sistema può essere assurdo ci basta sapere che con il sistema del valore di mercato un’impresa in difficoltà può registrare un beneficio contabile per il solo fatto che il decadimento dei titoli fa diminuire il valore di mercato del suo debito! [une entreprise en difficulté peut enregistrer un bénéfice comptable du seul fait que la dégradation de sa signature diminue la valeur de marché de sa dette!] Era l’intero nostro sistema di misurazione statistica ad essere distorto. Nelle statistiche si vedevano i redditi che aumentavano. Nelle vie si vedevano le ineguaglianze che crescevano. Nelle statistiche il livello di vita migliorava, ma il numero di coloro che provavano sempre più il sentimento della durezza della vita non cessava di crescere. Rileggiamo il rapporto della commissione presieduta da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi sulla misurazione della crescita e del benessere: interrogarsi sul nostro modo di misurare significa interrogarsi sulle nostre finalità. Questa riflessione non può essere quella dei tecnici, dei statistici. Noi dobbiamo abbandonare la civiltà dei tecnici che non discutono che tra loro, ciascuno nel proprio campo specialistico. Bisogna che impariamo a riflettere tutti insieme, a discutere insieme dei problemi che, aldilà della loro tecnicità, ci riguardano tutti. Noi non cambieremo i nostri comportamenti se non cambiamo i nostri metodi di misurazione, di rappresentanza, i nostri criteri. Questo non è un affare per tecnici. Questo ci riguarda tutti. Se non cambiamo la regolamentazione bancaria, le regole cautelari, le regole contabili, continueremmo a far correre rischi insostenibili all’economia, a incoraggiare la speculazione, a sacrificare il lungo termine. Non sconfiggeremo la fame nel mondo, la povertà, la miseria se non arriviamo a stabilizzare i prezzi delle materie prime che variano in modo irregolare. Ciò non è questione da tecnici. Questo ci riguarda tutti. […]

Non riconcilieremo i cittadini con la globalizzazione, con il capitalismo, se non saremo capaci di apportare dei contrappesi, dei correttivi al mercato. […] Ponendo la libertà del commercio al di sopra di noi tutti, abbiamo indebolito la democrazia perché i cittadini si aspettano che la democrazia li protegga. Privilegiando la logica del breve termine, abbiamo preparato il nostro ingresso nell’era della penuria. Abbiamo esaurito le risorse non rinnovabili, devastato l’ambiente, provocato il riscaldamento climatico. Non vi può essere sviluppo sostenibile quando il profitto immediato ed il valore per l’azionista sono gli unici criteri [di riferimento]. Deregolamentando all’eccesso, abbiamo permesso che si radicassero il dumping e le concorrenze sleali. Abbiamo lasciato radicare una globalizzazione fondata sula crescita esterna nella quale ciascuno cercava di guadagnare prendendo le imprese, il lavoro, le parti di mercato di altri, anziché lavorando di più, investendo di più, aumentando la propria produttività, la propria capacità di innovazione. La globalizzazione che sognavamo era quella in cui, al posto di prendere gli altri a colpi di dumping monetari, sociali, fiscali e ecologici, ciascuno fondava il proprio sviluppo sul progresso sociale, sull’aumento del potere d’acquisto, sulla riduzione delle diseguaglianze, sul miglioramento della qualità della vita, della salute, dell’educazione…

[…] Come rimettere l’economia al sevizio dell’uomo? Come fare in modo che l’economia non appaia più come un fine ma come un mezzo? Come andare verso una globalizzazione in cui ciascuno, sviluppandosi contribuisca allo sviluppo degli altri? Come costruire una globalizzazione più cooperativa e meno conflittuale? Intendiamoci: non si tratta di chiederci con cosa rimpiazzeremo il capitalismo, ma di sapere quale capitalismo vogliamo. La crisi che attraversiamo non è una crisi del capitalismo. È la crisi dello snaturamento del capitalismo. Una crisi legata alla perdita dei valori e dei riferimenti che hanno sempre fondato il capitalismo. Il capitalismo è sempre stato inseparabile da un sistema di valori, da un progetto di civilizzazione, di un’idea dell’uomo. Il capitalismo puramente finanziario è una deriva di cui si sono visti i rischi che esso fa correre all’economia mondiale. Ma l’anticapitalismo è un vicolo cieco, ancora peggiore. Salveremo il capitalismo solo rifondandolo, moralizzandolo. So che questo termine può suscitare molte preoccupazioni. Di cosa abbiamo bisogno in fondo, se non di regole, principi, di una governance che riflettano dei valori condivisi, una morale comune? Non si può governare il mondo del XXI secolo con le regole e i principi del XX secolo. Non si può governare la globalizzazione tenendo in disparte la metà dell’umanità, senza l’India, l’Africa e l’America latina. Non possiamo guardare il mondo del dopo-crisi come quello ante-crisi.

Ciascuno deve decisamente convincersi che il mondo di domani non potrà essere lo stesso di ieri. Ci sono dei comportamenti indecenti che non saranno più tollerati dall’opinione pubblica di nessun paese del mondo. Ci sono dei profitti eccessivi che non saranno più accettati, perché sono sproporzionati rispetto alla capacità di creare ricchezza e lavoro. Ci sono delle remunerazioni che non saranno più tollerate, perché non hanno alcun rapporto con il merito. Che colui che crea posti di lavoro e ricchezza possa guadagnare tanto non è per niente scioccante. Ma che colui che contribuisce a distruggere posti di lavoro e ricchezza ne guadagni anch’esso tanti è moralmente insopportabile. In futuro vi sarà l’esigenza molto più grande che i redditi siano meglio proporzionati all’utilità sociale, al merito. Ci sarà una più grande esigenza di giustizia. Ci sarà maggior domanda di protezione. Nessuno si potrà sottrarre. O cambieremo noi, o altrimenti il cambiamento ci sarà imposto da crisi economiche, sociali, politiche. O saremo capaci, con la cooperazione, la regolamentazione, la governance, di rispondere alla domanda di protezione, di giustizia, di lealtà, o avremo la chiusura ed il protezionismo. Il G20 prefigura la governance planetaria del XXI secolo. Esso simboleggia il ritorno della politica, che una globalizzazione non controllata aveva delegittimato. […] Senza il G20 , la fiducia non avrebbe potuto essere ristabilita. Senza il G20, avrebbe vinto il ciascuno per sé. Senza il G20, non sarebbe stato possibile pensare di regolamentare i bonus, di finirla con i paradisi fiscali, di cambiare le regole contabili, le norme prudenziali. Queste decisioni non risolvono tutto, ma chi, un anno fa, pensava che esse sarebbero state possibili? Ancora, è necessario che esse siano attuate! Colgo l’occasione per dirlo: i segnali di ripresa che sembrano segnare la fine della recessione mondiale non devono spingerci ad essere meno audaci ma, al contrario, a esserlo ancora di più. Se non facciamo niente per cambiare la governance globale, niente per regolamentare l’economia, se non riformiamo il nostro sistema di protezione sociale, delle pensioni, scolastico, della ricerca, se non risaniamo le nostre finanze pubbliche, se non saremo rigorosi nella lotta contro le frodi fiscali, se non investiamo per preparare il futuro, questa ripresa non sarà che una semplice tregua. Le stesse cause produrranno i medesimi effetti. Guardate le bolle che già si gonfiano nuovamente. […] Se il dibattito assolutamente cruciale sulle norme finanziarie ristagna, se degli organismi privati ai quali si è delegato un potere regolamentare violano deliberatamente un mandato affidatogli dai capi di Stato e di governo e se noi li lasciamo fare, che resterà della credibilità del G20 e della prospettiva di una governance mondiale? Se la concorrenza viene falsata da regole che restano molto diverse da un paese all’altro, da un continente all’altro, mentre noi abbiamo stabilito il contrario, se non riusciremo a coordinarci, se non ci intenderemo neppure su una definizione condivisa dei fondi puliti, quando ci siamo impegnati a farlo, come stupirsi che in tanti trovano normale riprendere le loro abitudini di prima della crisi? Come, in un mondo di concorrenza, esigere dalle banche europee un capitale tre volte maggiore per coprire i rischi delle loro attività di mercato e non esigerlo dalle banche asiatiche e americane? Come accettare che l’obbligo per le banche di conservare una parte dei crediti che esse hanno trasformato in titoli nei loro bilanci, possa non figurare nei regolamenti dei paesi membri del G20, quando il principio è stato oggetto di un accordo unanime? […]Non fare ciò che abbiamo deciso sarebbe una colpa economica, una colpa politica, una colpa morale. Lasciarsi andare all’unilateralismo, al ciascuno per sé, sarebbe altresì una colpa […]. Dobbiamo costruire il nostro futuro comune sull’esperienza del multilateralismo, sull’esperienza del G20, di Copenhagen. Sappiamo bene cosa dobbiamo fare insieme. Si tratta di finirla con un sistema senza regole che spinge tutti verso il precipizio e di rimpiazzarlo con regole che conducano tutti verso l’alto. Ma a che serve mettersi d’accordo su delle regole, se esse non vengono applicate? Non si tratta di avere lo stesso diritto del lavoro dappertutto. Non si tratta di imporre nei paesi poveri le stesse norme dei paesi ricchi. Ma come accettare che una cinquantina di stati membri dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) non abbiano ancora ratificato le otto convenzioni che definiscono i diritti fondamentali del lavoro? E come far rispettare queste convenzioni? A Copenhagen, degli impegni precisi sul clima sono stati sottoscritti da tutti i grandi paesi. Come far rispettare questi impegni senza una Organizzazione Mondiale dell’Ambiente che vigili sulla loro attuazione? Come non vedere che la possibilità di instaurare una carbon tax alle frontiere contro il dumping ambientale costituirebbe senza alcun dubbio un forte stimolo al rispetto delle regole comuni?

Il passo decisivo sarebbe mettere il diritto dell’ambiente, del lavoro, della salute allo stesso livello del diritto commerciale. Questa rivoluzione nella regolamentazione mondiale comporterebbe che le istituzioni specializzate possano intervenire nei litigi internazionali e specialmente commerciali, tramite questioni pregiudiziali. Come ho detto di fronte all’Assemblea generale dell’Oil nel giugno dell’anno scorso: la comunità internazionale non può continuare ad essere schizofrenica, rinnegando all’Omc o al Fmi ciò che decide all’Oil, all’Oms, ciò che proclama a Copenhagen. L’instaurazione di un ricorso pregiudiziale porrebbe fine a questa schizofrenia. […]

Non scapperemo dal dibattito sulla tassazione della speculazione […] delle transazioni finanziarie. Tassare i profitti esorbitanti della finanza per lottare contro la povertà: chi non vede come una tale decisione, anche se comprendo la complessità della sua attuazione, contribuirebbe a impegnarci sulla via della moralizzazione del capitalismo finanziario? Appoggio senza riserve l’impegno di Gordon Brown, che è stato uno dei primi a difendere questa idea. L’altra questione che non possiamo più eludere è quella del ruolo che le banche devono giocare nell’economia. Il compito del banchiere non è speculare, ma di analizzare il rischio del credito, di misurare la capacità dei mutuatari di rimborsare e finanziare lo sviluppo dell’economia. Se il capitalismo finanziario ha conosciuto una tale deriva è innanzitutto perché molte banche non fanno più il loro mestiere. Perché correre il rischio di prestare agli imprenditori quando è così facile guadagnare tanto denaro speculando sui mercati? Perché non prestare che a coloro che possono rimborsare, visto che è così facile fuggire i rischi del suo bilancio? Sono d’accordo con il Presidente Obama quando giudica necessario dissuadere le banche dallo speculare o dal finanziare fondi speculativi. Ma questo dibattito non può essere deciso da un solo paese, qualunque sia il suo peso nella finanza mondiale. È in seno al G20 che questo dibattito deve essere condotto. […]

Non ci sarà un ritorno all’ordine nella finanza e nell’economia se si lascia persistere la confusione delle monete. L’instabilità dei cambi, la svalutazione di certe valute impediscono che il commercio sia equo, che la concorrenza sia leale. Sono il lavoro e il potere d’acquisto che fanno da variabile di aggiustamento per le manipolazioni monetarie. La prosperità del dopoguerra deve molto a Bretton Woods. Non si può avere da un lato un mondo multipolare e dall’altro una sola moneta di riferimento su scala planetaria. Non si può da un lato predicare il libero scambio, e dall’altro tollerare il dumping monetario. La Francia, che presiederà il G8 e il G20 nel 2011 metterà all’ordine del giorno la riforma del sistema monetario internazionale. fino ad allora bisognerà gestire prudentemente la produzione di misure di sostegno all’attività ed il ritiro dell’eccessiva liquidità iniettata durante la crisi. Bisognerà stare attenti che un ritiro troppo brutale non faccia crollare tutto. Allora ci resterà da fare emergere un nuovo modello di crescita, da inventare una nuova articolazione tra l’azione del pubblico e l’iniziativa privata, da investire massicciamente nelle tecnologie del domani che porteranno la rivoluzione digitale ed ecologica. Ci resta da inventare lo Stato, l’impresa, la città del XXI secolo.

Qualche anno fa si prediceva la fine delle nazioni, l’avvento del nomadismo. Ma, durante la crisi, anche le imprese più globalizzate, le banche più globali hanno riscoperto di avere una nazionalità. Qualche anno fa si annunciava il declino delle organizzazioni, la fine delle imprese. Gli si voleva applicare i principi della gestione di portafoglio. Si riscopre ora che esse sono innanzitutto delle comunità umane, degli organismi viventi. Qualche anno fa, si prevedeva che la città si sarebbe dissolta, disfatta, e con lei i legami sociali, i rapporti umani, le relazioni di prossimità. Si è riscoperto il bisogno di convivialità, di urbanità. Alla base c’è la cittadinanza che sembrava doversi dissolvere nel mercato mondiale. Essa si è riforgiata alla prova della crisi. Nel mondo di domani bisognerà di nuovo contare sui cittadini. Cittadino, non è una categoria a parte, è ciascuno di noi. Il capo d’impresa, l’azionista, il lavoratore, il sindacalista, il militante, il responsabile politico, è anche un cittadino che ha delle responsabilità verso gli altri, verso il suo paese, verso le generazioni future, verso il pianeta.

Sì, nel mondo di domani bisognerà ancora fare i conti con i cittadini, con la loro esigenza di morale, di responsabilità, di dignità dei cittadini. Bisogna vedere ciò non come un problema, ma come parte della soluzione, non come una ulteriore difficoltà, ma come un qualcosa di sano, di virtuoso che, forse, ci porterà a sentirci tutti più contenti di quello che siamo, più contenti di quello che realizziamo.




20 gennaio 2010

Riforme

Woerth impotente di fronte alla riduzione degli effettivi dei funzionari pubblici
«Nouvelobs.com», mercoledì 20 gennaio 2010, link.

«Abbiamo diminuito il numero di funzionari di 100 mila unità in due anni e mezzo, tre anni, non si può fare altrimenti», ha spiegato il Ministro del Pubblico impiego [Fonction publique].

Il Ministro del Pubblico impiego Eric Woerth, ha affermato mercoledì 20 gennaio, di non poter «fare altrimenti» che ridurre gli effettivi del pubblico impiego, i quali sono diminuiti di 100 mila unità in tre anni, allorché tre federazioni sindacali chiamano i funzionari allo sciopero giovedì prossimo. CGT, FSU e Solidaires chiamano i 5,2 milioni di funzionari ad una giornata di sciopero e di azione contro le soppressioni di posti e le riforme in corso dello Stato. Sono previsti già 114 [eventi], tra manifestazioni e raduni, secondo loro.
«Negoziamo senza sosta»
«Ci sono tre organizzazioni sindacali su otto che chiamano allo sciopero. Esse sostengono che vi sono dei problemi di lavoro nel pubblico impiego, noi sosteniamo che bisogna diminuire gli effettivi del pubblico impiego», ha spiegato il Ministro su France 2 […] aggiungendo che bisognerebbe «conservare il nostro servizio pubblico e nello stesso tempo riformarlo. Bisogna essere meno costosi e al tempo stesso più efficienti».
Secondo lui, «negoziamo senza sosta con le organizzazioni sindacali. Negoziamo e, ancora di più, trasformiamo il pubblico impiego», ha insistito Eric Woerth, precisando che «le organizzazioni sindacali non sono sempre d’accordo, ma il dialogo sociale è estremamente importante e denso».




19 gennaio 2010

Riforme

Besson vuole far firmare una carta ai giovani francesi
Cécilia Gabizon (Trad.it., C.C.), «LeFigaro.fr», lunedì 18 gennaio 2010, link.

I diritti e i doveri di ogni cittadino saranno ribaditi in occasione di questo giuramento repubblicano.

Éric Besson, il Ministro dell’Immigrazione, tenta di nazionalizzare il dibattito sull’identità, per fare dell’appartenenza alla nazione un tema per tutti e non un ultimatum verso gli immigrati. […]
Durante un dibattito organizzato venerdì dalla préfecture di Marsiglia, costui ha sviluppato l’idea di un giuramento da far prestare a ogni cittadino. «Ogni giovane francese, nel momento in cui giunge alla maggiore età, a 18 anni e riceve la propria carta elettorale, potrebbe vedersi proporre di firmare un giuramento, una carta, qualcosa che lo leghi alla République», ha dichiarato.
Sebbene il consenso su questa proposta non sia unanime, verrà formato un gruppo di lavoro con costituzionalisti per determinarne il contenuto. Peraltro, riprendendo un’idea di Christian Estrosi, il Ministro ha accennato ad un possibile «controllo di conoscenze civiche» per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori [3a classe], attestato tramite una prova.
Egli sostiene inoltre che sia opportuno valutare meglio il livello di [conoscenza] del francese per le domande di naturalizzazione. E che dei «corsi di cittadinanza» possano essere predisposti per gli adulti, in particolare immigrati, che ne fanno richiesta in questura.
[…] La carta potrebbe ribadire «i principi sia morali che politici che costituirebbero un insieme di regole e diritti», secondo la formula utilizzata da un ragazzo che ha partecipato al dibattito di venerdì. Una proposta già definita «derisoria» e «umiliante» dalla vicepresidente del Front National, Marine Le Pen. «Umiliante perché volta nuovamente a far pensare che siano i francesi i responsabili del totale fallimento della politica d’integrazione», e «derisoria perché non oso immaginare coloro che faranno questa carta. Penso che al massimo finiranno come aerei di carta».
Éric Besson assicura che accennerà questa possibilità al Presidente della Repubblica. […]




13 gennaio 2010

Intervista a Christine Lagarde

«La tassa sui bonus frutterà 360 milioni»
Bertille Bayart e Marie Visot[Trad.it., C.C.], «Le Figaro.fr», martedì 12 gennaio 2010, link.

Il Ministro dell’Economia non crede né all’«esodo dei trader», né alla delocalizzazione dei mercati a causa della politica fiscale di quest’annata. Il Ministro dell’Economia ha appena trasmesso al Consiglio di Stato il testo che istituisce una tassa sui bonus, che verrà applicata alla fine del primo trimestre.

Quale forma avrà il vostro speciale sistema di tassazione dei bonus?
Il testo prevede di tassare al 50% tutti i bonus, qualunque sia il loro tipo di distribuzione e qualunque sia il programma di distribuzione. Ciò significa che la norma riguarda anche i versamenti, in contanti come in azioni, realizzati quest’anno e gli anni successivi […]. Infine, questa disposizione si applicherà, come nel Regno Unito, ai bonus superiori ai 27.500, realizzati dagli operatori del mercato pagati dalla Francia. Concretamente, le banche dovranno pagare la tassa per circa 2.500 dei propri dipendenti.

Quanto frutterà?
Ci aspettiamo un incasso di 360 milioni di euro, 270 dei quali verranno utilizzati per alimentare il Fondo di garanzia dei depositi per rafforzare la sicurezza dei risparmiatori. […]Questa cifra di 360 milioni si basa sulle stime, fornite dalle banche, dei bonus che esse prevedono di versare nel 2010. I livelli raggiunti dai bonus sono in calo del 16% in rapporto a quanto avevano pagato nel 2008 (a titolo dei risultati del 2007), ultimo esercizio prima della crisi.

Si tratta di una tassa realmente eccezionale, valida unicamente nel 2010?
Per il momento sì. Ma non posso nascondere che ho dei dubbi. Dalle banche mi aspetto misura e moderazione. Giudicherò prove alla mano.

Qual è l’obiettivo ultimo di questa tassa?
Senza lo speciale aiuto dello Stato alle banche, esse non avrebbero potuto realizzare i benefici accumulati in questi ultimi mesi. A tali condizioni, è giusto che i francesi vengano associati a questi risultati. Per il futuro, questa misura è un segnale indirizzato alle banche, per incitarle a finanziare l’economia, a utilizzare i fondi puliti che esse hanno ricostituito per fare credito e non versare remunerazioni stravaganti.

Questa tassa non crea il rischio di delocalizzazione delle attività del mercato, o perlomeno una perdita di competitività?
Non ritengo possibile che una banca delocalizzi a causa della politica fiscale praticata in un anno. Ciò sarebbe [un ragionamento] molto a breve termine e non tanto sensato! In ogni caso, non credo all’esodo dei trader. Per andare dove? A Londra? Primo, è già stato fatto, il che è profondamente riprovevole. Secondo, non conviene, e non vi sarà grande differenza tra la situazione in Francia e quella nel Regno Unito, perché i sistemi francese e britannico sono perfettamente allineati.

Ma, a Parigi, esiste una tassa sui salari, del 10%, specifica del settore finanziario… perché non l’avete dedotta dalla base della nuova tassa?
Noi abbiamo voluto, con una tassa speciale, rispondere ad una situazione speciale. È questo l’obiettivo che ci ha guidati.

Vi sarà una vera e propria distorsione con gli Stati Uniti…
L’anno scorso, il Presidente americano ha concentrato tutte le sue forze sulla riforma del sistema della sanità. Quest’anno, può dare la priorità alla riforma del sistema finanziario. Certo, gli Stati Uniti non sono molto convinti dall’idea di tassare i bonus. Ma anche là esiste un movimento d’opinione pubblica molto forte. non posso quindi immaginare che vanga permesso alle banche americane di lasciarsi andare a dismisura. Sarebbe politicamente insopportabile in un paese in cui la disoccupazione ha raggiunto il 10%. Affronteremo ancora questo tema al G20 di inizio febbraio. E sono convinta che gli Stati Uniti, anch’essi, si impegneranno su questo tema, anche se a modo loro.




9 gennaio 2010

Riforme

Una tassa giusta
Editoriale di «Le monde», sabato 9 dicembre 2010, link.

Tassare Google. Giovedì 7 gennaio, in occasione dei suoi auguri al mondo della cultura, prendendo posizione a favore di una tassazione degli introiti pubblicitari online dei giganti di internet, Nicolas Sarkozy dà prova di demagogia o, al contrario, di coerenza? Un pò entrambe. È facile puntare unicamente il grande e malvagio lupo americano. Le case discografiche, per esempio, hanno da tempo rifiutato di prendere sul serio le evoluzioni tecnologiche, preferendo approfittare dei considerevoli guadagni che esse traevano dai cd.
Da un altro lato, la posizione dei motori di ricerca, Google in testa - la stragrande maggioranza degli internauti francesi entrano in rete con lui -, è insostenibile. Da anni, Google approfitta di contenuti che non ha creato e che non gli appartengono: musica, film, libri, stampa, prodotti audiovisivi… Google non paga quasi niente e rende contenuti gratuiti. Peggio, capta pagine pubblicitarie, e dunque entrate, che dovrebbero andare ad altri. Il risultato è devastante: tranne il cinema, che se la cava bene - la magia della sala rimane sempre - la musica è in ginocchio [sinistrée], la stampa soffre, il libro è minacciato.
Come convincere i consumatori di musica a pagare per un prodotto che possono trovare gratuitamente? Quando si ha 20 anni […] la missione parrebbe impossibile. Questi ultimi anni, per punire i frodatori, i governi hanno moltiplicato le leggi ed accumulato scivoloni. La filiera musicale ha accumulato molto ritardo nella creazione di un’offerta ricca ed attraente. Perciò le misure di stimolo, preconizzate dal rapporto della commissione Création et Internet, presieduta dall’editore Patrick Zelnik, sono giuste. E giusta è anche l’idea di finanziare queste con una tassa sulla pubblicità online. Il rapporto sarebbe potuto andare oltre, facendo pagare gli altri grandi beneficiari del sistema che sono i fornitori d’accesso.
Restano due difficoltà. La fattibilità innanzitutto. In un mondo de-materializzato [dématérialisé], valutare le soluzioni specificatamente francesi e obbligare imprese estere a pagare delle tasse in Francia non sarà semplice. Ciò presuppone anche di sconvolgere la filosofia di internet, rete creata per permettere la libera circolazione del sapere.
Per gli artisti e gli autori, questa sarebbe giustizia. Per gli utenti, questa sarebbe una rivoluzione culturale.




8 gennaio 2010

Riforme

 

Nella mappa, la disposizione delle truppe francesi in Afghanistan, fonte «Lefigaro.fr», link.

Sarkozy esclude qualsiasi ritiro delle truppe dall’Afghanistan
«Lefigaro.fr», venerdì 8 gennaio 2010, link.

Venerdì, in occasione del messaggio d’auguri alle forze armate, Nicolas Sarkozy ha motivato il mantenimento dell’insieme dei soldati in Afghanistan, senza evocare la questione dei rinforzi, chiesti da Obama.

[…] Nonostante un «2009 difficile», è fuori discussione un rimpatrio - anche parziale - delle truppe in Afghanistan. «Tutti gli uomini mandati a combattere devono poter tornare», ma per il momento, «le condizioni del ritiro non ci sono», ha affermato chiaramente Nicolas Sarkozy.
«Quando le condizioni lo permetteranno, sarà mio dovere far rientrare i nostri soldati a casa, come presto sarà opportuno spero, per le nostre truppe in Costa D’Avorio ed in Kosovo. Ma poiché le circostanze lo esigono, è mio dovere mantenerle al loro posto, come è opportuno oggi in Afghanistan», ha spiegato il Capo dello Stato. Prima di ritornare: «dobbiamo continuare ad aiutare gli afghani fino a quando essi saranno in grado di garantire da soli la sicurezza ed il loro sviluppo, nel quadro di un paese sovrano, stabile, in pace, attore del dialogo internazionale».
Nicolas Sarkozy non ha accennato all’eventualità di inviare rinforzi sul teatro afgano, così come hanno domandato gli Stati Uniti. Annuncerà la sua decisione in una conferenza internazionale sul tema a Londra il 28 gennaio.
Il Presidente della Repubblica ha così approfittato dell’occasione per difendere la riforma della carta militare, iniziata nel 2008 e che «sarà diffusa dal 2011». Il Governo ha previsto di sopprimere 83 siti - la maggior parte delle caserme, undici basi aeree ed una base aeronavale - nell’insieme del territorio entro il 2014. «Capisco le preoccupazioni. Ma queste riforme preparano il futuro». Esse «sono necessarie perché permetteranno di rafforzare la struttura delle nostre forze».
Secondo Sarkozy, in particolare la riforma ha portato allo Stato importanti risparmi. Un surplus finanziario che avrebbe permesso di investire «20 miliardi di euro per l’equipaggiamento militare». «Non dobbiamo rinunciare ad alcun impegno, in modo da dotare la Francia di una difesa degna di una potenza che si cura di difendere il suo rango. Dobbiamo avere un esercito francese dagli standard più elevati. È fondamentale per la sicurezza dei nostri soldati».




5 gennaio 2010

Crisi economica - Riforme

La carbon tax entrerà in vigore il 1 luglio 2010
Marie Visot [Trad.it., C.C.], «Lefigaro.fr», martedì 5 gennaio 2010, link.

Il Governo non potrà rispettare il termine troppo breve del 20 gennaio per mettere a punto un nuovo dispositivo. Anche perché si avvicinano le elezioni regionali.

Quelli che suggerivano al Governo di non precipitarsi a riscrivere il testo sulla carbon tax la hanno spuntata. Le riunioni per redigere un nuovo testo che risponda alle esigenze del Conseil constitutionnel si moltiplicano, ed il meno che si possa dire è che i membri del Governo si stanno rendendo conto della difficoltà tecnica di elaborare un nuovo sistema e la difficoltà politica di far adottare questo progetto all’approssimarsi delle elezioni regionali.
Tuttavia il Presidente Nicolas Sarkozy ha annunciato stamattina in Consiglio dei ministri che la carbon tax entrerà in vigore in Francia «il 1 luglio» prossimo, secondo il portavoce del Governo Luc Chatel.
Il Governo sperava inizialmente di poter inviare il nuovo schema del dispositivo entro la fine della settimana al Consiglio di Stato, per un esame in Consiglio dei ministri il 20 gennaio nel quadro della finanziaria correttiva. Ma questo termine non sarà rispettato. «Il testo non sarà pronto questo weekend e bisognerà sicuramente accontentarsi di una comunicazione in Consiglio dei ministri per la data indicata», dice una fonte informata sul dossier. Una data che il Primo Ministro François Fillon si era imposto di fornire, all’indomani della decisione del Conseil di annullare il sistema di fiscalità ecologica presentato dal Governo. E che Nicolas Sarkozy stesso aveva ripreso nei suoi auguri ai francesi qualche giorno più tardi.
Da allora la prudenza è all’ordine del giorno: il Governo sa che, stavolta, non può permettersi di sbagliare.
Il dibattito parlamentare dovrebbe aver luogo probabilmente dopo le regionali.




29 dicembre 2009

Crisi economica

Rovescio francese

Editoriale di «Le Monde», martedì 29 dicembre 2009, link.


Colpo su colpo, l'industria francese ha subito un doppio ridimensionamento. Il primo, a dire il vero, è datato, ma si è concretizzato questo weekend. La Cina ha affidato alla tedesca Siemens la gestione del suo treno ad alta velocità che circola attualmente tra Canton e Wuhan, la linea ferroviaria più veloce (350km/h) e più lunga al mondo (1.068 km). Quelli che continuano a fare associazioni tra alta velocità e tecnologia francese se ne dovranno fare una ragione.

La stessa analisi vale per il nucleare civile. La scelta di Abu Dhabi di prendere un consorzio coreano per costruire una prima tranche di quattro centrali nucleari, anzichè il consorzio francese costituito da Areva, Suez, Total e Edf, è un rovescio altrettanto grave per l'industria francese. Ufficialmente, l'emirato ha preferito il progetto meno costoso. Sarebbe una prima volta in questo paese ricchissimo. Tutto porta a credere che i ritardi fatti registrare da Epr in Finlandia e le critiche esternate su questo tipo di reattore dalle autorità di sorveglianza finlandese, britannica e francese, abbiano giocato senza dubbio un ruolo non trascurabile nella scelta degli Emirati.

La serie nera non si ferma qui. In pochi giorni, la Commissione europea annuncerà il nome dell'industria scelta per la fabbricazione dei 22 satelliti del programma Galileo, destinato a creare un sistema Gps europeo. Secondo i pronostici, Eads sarebbe favorito. Tuttavia, se ascoltiamo le voci che girano, un'industria tedesca, Ohb, gli sarebbe preferità per 14 dei 22 satelliti.

A ciò possiamo aggiungere i guai di France Télécom, che, in ogni caso, non ritroverà mai più il ruolo che ha avuto negli anni 70-80, ed il declino, apparentemente senza fine, di Alcatel, pure associata all'americana Lucent. Da qualsiasi parte ci voltiamo: nucleare, telecomunicazioni, alta velocità [Tgv], spazio... i pilastri di ciò che ha fatto il successo industriale della Francia si riempiono di crepe o hanno perso il vantaggio tecnologico che prima costituiva la loro forza.

Non vi è scandalo in ciò. Nessuna rendita è eterna. Anche Microsoft e General Motors lo imparano a proprie spese. Gli ottimisti sosterranno che il grande prestito di Nicolas Sarkozy o il suo volontarismo industriale permetteranno forse alla Francia di riprendersi. I pessimisti rimarcheranno che, di fronte ad una concorrenza sempre più feroce, per via della globalizzazione, l'équipe Francia sembra certamente essere restia a rinnovare le proprie élite e a produrre i grandi campioni industriali di domani.



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